venerdì 5 aprile 2019

Gli Altari della Reposizione del Giovedì Santo, con uno sguardo alla tradizione di Ceglie Messapica

Gli Altari della Reposizione ('Sepolcri') nel culto eucaristicodel Giovedì Santo, con uno sguardo alla tradizione Cegliese

di Francesco Moro, Oronzo Suma e Giuseppe Lodedo


L'Archeoclub di Ceglie Messapica anche quest'anno si occupa di una tradizione e una ritualità liturgica e popolare legata a Ceglie e non solo, nel periodo della Settimana Santa: gli Altari Eucaristici della Reposizione, comunemente chiamati 'Sepolcri' e l'usanza ad essi connessa del pellegrinaggio nelle varie chiese cittadine per vederli. Lo scorso anno si trattò sempre di una tradizione del Giovedì Santo, quella delle Madonne Addolorate che si esibivano in ben 6 processioni, di chiesa in chiesa, con tanti fedeli al seguito. Oggigiorno, il popolo, non essendoci più tali processioni, e non avendo perciò uno schema fisso da seguire, però, ha conservato con convinzione l’usanza del 'girovagare' per le chiese a visitare gli Altari della Reposizione adeguatamente addobbati per l'adorazione eucaristica, secondo i propri tempi, itinerari e compagnie, tra il Giovedì e la mattina del Venerdì Santo.

Gli Altari della Reposizione: ragguagli storico-culturali

Cappella Ultima Cena Carella Ceglie Messapica
Gli Altari Eucaristici della Reposizione presentano una connotazione liturgica, perciò si allestiscono ovunque nelle chiese cattoliche parrocchiali od officiate. Il loro insediamento cerimoniale avviene quale atto terminale della messa serale 'in Coena Domini', che dà il via al Triduo pasquale. E' la messa del rito semi-liturgico della 'lavanda dei piedi' e, soprattutto, quella che rievoca l'istituzione dell'eucaristia da parte di Gesù Cristo. Il sacerdote a fine messa, inginocchiato, incensa la pisside con le ostie consacrate sull'altare maggiore; poi, con una breve processione in chiesa si reca con la pisside all'altare della Reposizione, e qui, di nuovo, si inginocchia e la incensa; infine, la depone nel tabernacolo. Da questo momento inizia una normale adorazione eucaristica, dei sacerdoti e diaconi prima, per per estendersi ai fedeli poi, nel corso della serata intera e del mattino successivo. La 'stranezza' è che si tratta di un’adorazione eucaristica all'interno della messa, ma che si prolunga ben oltre; con protagonisti i fedeli. L'altro fatto insolito da rilevare è che, in questo tipo di culto eucaristico si adorano le specie 'preconsacrate' e, non la classica ostia intera, 'esposta' al centro dell'osservazione sacra.
In origine il rito nacque dalla necessità pratica di conservare le specie consacrate, spesso in sacrestia , in previsione della comunione del giorno successivo, il Venerdì Santo, giorno aliturgico per eccellenza e quindi senza consacrazione.
Ma, a differenza dell'ortodossia bizantina che onora i 'presantificati' con delle messe, in Quaresima, nel cattolicesimo non c'è un culto dei 'presantificati' in quanto tali; ci pare corretto dire che essi siano nel Giovedì Santo l’'occasione' propizia, nata in sordina e fortuitamente, per un culto eucaristico speciale nel periodo più importante dell'anno cristiano. L'origine essendo pratica (nei primi tempi si conservava anche il vino consacrato), in teoria non poteva dare adito a grandi simbologie. Il passare dei secoli, invece, (chi inizialmente poteva pensare a un tale evoluzione?) ha dato a quel rito questo stupendo esito. Questa è un’ulteriore conferma del fatto che, di un rito all'interno della chiesa non si può prevedere, fin principio, di quali significati esso forse potrà caricarsi, specie con il l’intervento sostenuto della 'pietà popolare'. In questo caso per l’Altare della Reposizione, si sono sviluppate, semplificando, due afferenze simboliche: una più controversa, ma storicamente, per noi comprensibile dovuta al retaggio spirituale bizantino: il senso del 'sepolcro' di Cristo nelle sue Quarantore di 'morte'; l'altra liturgicamente più corretta, ribadita spesso negli interventi dottrinali della Chiesa cattoloica post-conciliare: il senso dell’'eucaristia', dono di Cristo all'umanità.
I tabernacoli eucaristici e il rito delle Quarantore hanno generazione comune, almeno concettualmente, ma con rispondenze storiche non sempre chiari; nel tempo si è approdati a due riti diversi, e il rito 'repositorio' può darsi, ha acquisito più rilievo nella ritualià, dopo che l'adorazione delle Quarantore fu utilizzata anche fuori del Triduo sacro, nella prima metà del ‘500 a Milano, specie nei giorni pre-quaresimali.
Nel IV secolo a Gerusalemme nei giorni precedenti la Pasqua si compiva una veglia penitenziale con l’adorazione della croce, che, a fine cerimonia, veniva riposta in un luogo che assunse le fattezze di un sepolcro e così, si fece abitualmente per diversi secoli. Attestazioni del rito 'repositorio' delle specie consacrate, riguardo all’Occidente, sono riscontrate già nel Sacramentario Gelasiano (750 ca.).
Dalla semplice traslazione, si passò, ampliandosi la solennità del rito, ad una processione, a cui fu inevitabile dare un’interpretazione simbolica: non si sa a chi attribuire tali innovazioni liturgiche (forse Amalario sec.IX?), ma, è plausibile come afferma il liturgista Felini che “i fedeli ormai esclusi dalla comunione eucaristica, fecero propria la suggestione che quel tabernacolo provvisorio potesse essere concepito come immagine del sepolcro di Cristo”. Fu nel XII secolo che per il liturgista Barba “si consolidò l’uso di deporre il Crocifisso; più avanti nei secoli entrò l’uso di porre l’Eucaristia, racchiusa in una teca, sul costato del Crocifisso, fino a quando poi, nel XV sec. rimase l’uso di mettere solo l’Eucaristia”. Passaggi interessanti; però ci pare 'misterioso' l’accostamento del costato di Cristo con l’eucaristia. Non c’è un appiglio teologico nei Vangeli, ci pare, dove soltanto si afferma che dal costato di Cristo, colpito da lancia, vi sgorgano sangue ed acqua, per alcuni la generazione della Chiesa(battezza nell'acqua e offre il ‘sacrificio’ di Cristo.).
Intorno al primo secolo dopo il Mille ed almeno per un altro secolo e più, con i pellegrinaggi in Terra Santa, le crociate, la costituzione di ordini cavallereschi si diffuse in Occidente la spiritualità del Santo Sepolcro. Così l’Europa e l’area mediterranea, afferma la Salvarani furono “disseminati di sacelli, edicole, rotonde, cenotafi, chiese dedicate al Santo Sepolcro, al Golgota”, imitazioni architettoniche dei luoghi sacri per rievocare in luogo appropriato i 'misteri' cristiani. Nella vicina Brindisi, porto d’imbarco per l’Oriente, ci resta, dell’epoca, il tempio di San Giovanni al Sepolcro (XI sec.) , 'rotonda' ad imitazione dell’Anastasis del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Altre architetture attinenti a tale immaginario si diffusero in Europa: tombe, 'sepolcri' di Cristo furono anche allestiti all'interno delle chiese. Ad Aquileia, nella basilica patriarcale si svolgeva un rito nella Settimana Santa in cui le ostie consacrate si riponevano per la comunione del giorno successivo nel cosiddetto 'Santo Sepolcro', una costruzione circolare in marmo( XI sec.) con copertura conica, altra imitazione dell’Anastasis di Gerusalemme, con all'interno la 'tomba' di Cristo ed un altare. Altra conferma ritualistica dell’associazione repositorium-sepolcro di Cristo: una convinzione abbastanza diffusa.
Per i nostri territori meridionali l’impronta di questi riti è sicuramente bizantina, e riemerge sottotraccia in alcune particolarità rituali. Nella liturgia bizantina già il fatto che l’altare simboleggia il corpo di Cristo comporta conseguenze in tutta l’azione liturgica. Nel Grande Ingresso, nella Protesis (preparazione dei doni, fatta nella segretezza, forse ad imitazione dei preparativi frettolosi per il funerale di Cristo in Parasceve),e nei Presantificati che, nella loro liturgia vespertina evidenziano esplicitamente la suggestione del 'sepolcro'. Per ultimi gli stessi arredi liturgici ricordano figurativamente la sepoltura e morte di Cristo: da menzionare l'anteminsion e epitaffio sugli altari - epitaffio recato anche in processione. L'antiminsion è un piccolo rettangolo di lino o seta, posto sull'altare; è consacrato, personale e obbligatorio per dar validità alla messa: sopra vi è raffigurata la deposizione di Cristo morto, ai lati i quattro evangelisti e, cucita una reliquia di un martire. Dell'epitaffio invece, si fa un uso più circostanziato dai riti del Venerdì Santo fino alla vigilia dell’Ascensione; esso è un velo di stoffa preziosa che copre l’altare con la raffigurazione più solita della deposizione di Cristo morto. Prima della posa sull'altare esso, posto in un’arca, ornato di fiori, è oggetto di culto, infatti, al suo cospetto vi si cantano gli 'encomia' (elogi funebri) ed è anche portato in processione. Forse, anche da questa cura sacrale per l’altare e per l’arca dell'epitaffio, addobbato con fiori, profumi, luminarie ci deriva la non sciatta dedizione che si pone nella scenografia dei nostri repositori, l’attenzione puntuale per gli elementi floreali e luminosi, talora addirittura per i profumi sprigionati in loco da essenze, per creare un’armonia multisensoriale.
Riprova dell’equiparazione del repositorium eucaristico al 'sepolcro' nel linguaggio lo rinveniamo nelle enclave cattoliche albanesi di rito greco-bizantino del Sud Italia, con usanze liturgiche a sè. Ci riferiamo all’Eparchia di Lungro (in Calabria), alla diocesi di Piana degli Albanesi che comprende vari comuni in Sicilia, a paesi come San Costantino Albanese (in Basilicata) nei quali per il rito della reposizione del Giovedì Santo si parla precisamente di 'sepolcro' (sumbullkun), dalla pronuncia simile alle nostre dialettali pugliesi, senza preoccupazioni nel loro caso, parrebbe, di incongruenze dottrinali, che invece da tempo sono fatti rimarcare dalle autorità religiose per il rito meridionale.

Per la sfera ‘mistica’ (per qualcuno), la poesia immateriale dei tabernacoli della Reposizione del Giovedì Santo, nell'incanto che essi ci comunicano ci fa pensare ad una forma riuscita di intesa umano-divina; umana nella pochezza di materiali e intenti; divina nel risultato di senso e nella bellezza, che ci sfugge nel dirla, ma che percepiamo superiore.

La 'Visitatio' ai 'Sepolcri'.

Chi partecipa alla 'visitatio' può anche poco curarsi dell'esposizione  eucaristica in atto ed essere attratto semplicemente dalla bellezza estetica degli allestimenti. All'osservatore non viene chiesto di aderire a strette verità di fede, ma soltanto di porsi in atteggiamento rispettoso del luogo e del rito in atto. La sacralità del momento è generalmente percepita e rispettata, pure a fronte del 'via vai', alla fila davanti all'eucaristia, che, a rigore, non sono propri, della concentrazione o meditazione di un’adorazione eucaristica. Ma il fatto è inevitabile quando converge nella singola 'stazione' una folla di persone che principalmente vuol vedere l'allestimento e, poi sviare oltre per il giro previsto di chiese. Il via vai è il prolungamento in chiesa dell'itineranza collettiva che caratterizza questa usanza.
Per i fedeli il pellegrinaggio è anche un modo per godersi la città, le chiese o i monumenti artistici oltre che per socializzare; è anche un modo di spezzettare l’eventuale adorazione eucaristica rendendola da statica (in un solo posto e prolungata) a dinamica (più soste e più brevi). Il fedele si potrebbe appagare del solo esserci stati e del piacere estetico di aver visto gli allestimenti (e averli confrontati). Il ‘giro’ o ‘firriu’ in siciliano, ‘l’andare per sepolcri’ è un rito collettivo di itineranza religiosa con risvolti sociali e compiendolo si attua la prima tappa fissa di chi vuol vivere appieno i giorni del Triduo sacro.
L’handicap abituale dell’adorazione eucaristica è spesso l’incapacità, la scarsa pazienza nel concentrarsi in preghiera al cospetto del sacro, mentre nel rito della 'visitatio sepulchri', si ha la sensazione, sembra, di articolare più liberamente il proprio tempo e la propria fruizione della dimensione religiosa. 
Ma il pellegrinaggio stesso del Giovedì Santo, da una chiesa all'altra, può trovare oltre al culto eucaristico, significati e simbolismi in sé, nel retaggio di una tradizione proveniente dal passato. Ci ha incuriosito in proposito, ad esempio, una valutazione del pellegrinaggio dei 'sepolcri' contenuta nel libro 'Compendio della Dottrina Cristiana' (1818) del venerabile mons. Vincenzo Maria Morelli (1741-1812), arcivescovo di Otranto, di cui riportiamo un passaggio catechistico, con domanda e risposta: “D. Perché nel medesimo giorno (Giovedì Santo) si portano alla visita di più Chiese, o pubblicamente nelle processioni, o privatamente?” - “R. Ciò si fa in memoria de’ i dolori sofferti da Gesù in più luoghi, come nell’orto, nelle case di Caifasso, di Erode, e sul Calvario.” spiegando anche lo 'spirito' con il quale i fedeli lo devono compiere: “... non per curiosità, nè per ispasso, o per costume, ma con sincera contrizione…”.
Non sappiamo fino a che punto questo sia un significato a posteriori del rito in questione, ci è sembrato interessante ripresentare un significato ulteriore della visitatio, nel voler ripercorrere passo per passo, recandosi in ogni ‘stanza’ della Via Crucis di Gesù Cristo, cosa cui oggigiorno non avremmo pensato. I riferimenti alla Terra Santa, come un luogo importante per la cristianità; la cui geografia sacra può far suscitare voglia di andarci, ci inducono a pensare al rito della visita degli altari come ad un ‘surrogato’ del ‘passaggio’ in Terra Santa, differito.
Per quanto attiene ai significati aggiuntivi che ognuno potrebbe dare al rito dei tabernacoli della reposizione, ha una suo acume l'idea di Papa Benedetto XVI di soffermarsi, all'inizio del cammino pasquale, sulla solitudine di Gesù nel Getsemani. Compito dei fedeli sarebbe quello di immedesimarsi nella sua solitudine e, come afferma il papa emerito, “di cercare sempre lui, il dimenticato, il deriso, là dove egli è solo, dove gli uomini non vogliono riconoscerlo e di stare sempre con lui. Questo cammino liturgico è per noi esortazione a cercare la solitudine della preghiera”. Indicazioni importanti per la preghiera, essa non può che essere costitutiva di ogni adorazione eucaristica. C’è, forse, un altro significato, più azzardato, di genere simbolico-biblico, riferito alle specie eucaristiche 'a parte', nella riservatezza che può far pensare al 'rimanente' d'Israele, la cui importanza per la salvezza dell'intero popolo ebraico fu ribadita a profusione dai profeti. Il parallelismo cristiano è, appunto con l'eucaristia, piccola frazione di pane, dono di Cristo, 'riserva' preziosa che può far lievitare la massa, cioè condurre a salvezza chi se ne nutre.

L’allestimento scenico dei 'Sepolcri'

I Repositori. L’urna, custodia del Giovedì Santo ha una struttura classica trapezoidale che risultò vincente dopo concilio di Trento; materiali vari, legno dipinto, dorato, argento sbalzato. Per base ha lo zoccolo, su cui poggia la cornice con lo sportello , di lato il dorso e sopra il bordo, talora di altro materiale. La chiusura è data dal coperchio, di legno dipinto arricchito di intagli ornamentali (simboli eucaristici o strumenti della Passione), infine, in cima si può trovare un globo con crocetta (crucigero), simbolo della potestà di Cristo sul mondo. Altri addobbi vegetali caratteristici degli altari sono i vasi o piatti di grano (o altri cereali o legumi) dai colori pallidi dal bianco al verde stinto, poiché fatti germogliare al buio nel periodo di Quaresima: assumono nomi specifici nei vari luoghi, a Taranto erano i 'piatti del Paradiso', in Sicilia i 'lavureddi' o genericamente altrove il ‘grano’. Rappresentano, alla morte del seme da cui scaturisce il verde della vegetazione, Cristo che passa dalla morte alla Resurrezione; in base al riferimento evangelico appropriato in Giovanni 12, 23-24: “Se il chicco di grano, caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”.
In questo caso il ‘grano’ germogliato è una chiara ‘prolessi’, anticipazione della Pasqua, perciò sebbene connesso con la ritualità funebre, guarda oltre, al futuro del ‘risveglio’ del mattino pasquale. Nei riti del triduo sacro tali anticipazioni, sovrapposizioni rituali e di significati sono molto frequenti, tanto, forse, da creare, dopo secoli anche nei protagonisti una mentalità ‘prolettica’, un misto di suggestioni non sempre chiari.

Colore associato all'eucaristia. Il colore associato all'eucaristia è il bianco dell'ostia, che richiama il bianco sacerdotale dei paramenti in uso nella Chiesa per le solennità liturgiche. Simbolo anche di purezza e festa. Essendo l'esposizione eucaristica una 'festa' (eucaristia dono di Cristo all'umanità), il bianco 'solenne' è preferibile quale colore principale dei fiori, dei drappi e delle scenografie in genere. Altro colore adatto, simbolo di divinità, è il color oro: bianco ed oro, variamente interconnessi (anche il rosso), nella tavolozza degli allestitori sono un riferimento quasi obbligato.

Le scritte. Importanti negli allestimenti anche le 'scritte', con il ricorrente trigramma eucaristico IHS, oppure versi sacri o altre parole per esprimere un particolare 'tema' dell'addobbo, ispirato dal Papa, come recentemente il tema 'Misericordia' nell'anno giubilare omonimo(2015-'16), o da altro: vi emerge allora l'attualità della vita cristiana. In alcuni casi le scritte possono anche essere proiettate, o in altri tipi di scenografie, non si nega, comunque, il ricorso alla tecnologia.

Addobbi degli altari. Gli addobbi degli altari eucaristici dovrebbero mantenere una linea di sobrietà e decoro, favorevole alla meditazione religiosa sul 'mistero' di Cristo-eucaristia. Perciò, anche in base ad indicazioni dei vescovi, non porre troppi fiori e vegetali, che non stanno lì per bearsi della loro bellezza, ma per indicare altra 'bellezza', altra spiritualità: quella, in questo caso ‘eucaristica’, che va dal sensibile al sovrasensibile altissimo. L'eccesso di fiori può far pensare all'Altare della Reposizione - di nuovo fuorviando l'osservatore - come un sacello, parificato ad una 'tomba' all'interno di un giardino. Altra accortezza basilare: gli addobbi (fiori, luminarie, drappi e altra scenografia) non dovrebbero coprire la teca eucaristica; essa dovrebbe svettare sempre al centro dell'osservazione tra proscenio e sfondo.

Adorazione dei tabernacoli. Rispetto all'adorazione eucaristica tipica, come nelle Quarantore, nell'adorazione dei 'tabernacoli' del Giovedì Santo, vi emergono più elementi compositivi, più libertà di 'temi' negli allestimenti e, conseguentemente, più significati aggiuntivi. La loro bellezza estetica vien fuori quasi inspiegabile, ma, forse, ha una radice nel maggior numero di elementi assemblati; abbinata alla regola estetica della sobrietà. Indubbia la bravura degli allestitori nel trovare l'equilibrio fra i vari elementi da congiungere (fiori, vegetali, luci, drappeggi, scenografie), sia perché ci vuole fantasia nel reperire eventuali 'temi' nuovi. Il risultato, quasi sempre presenta la 'naturalezza' e la sacralità di un'opera collettiva.

Guardie o Angeli? Sotto quale voce dovrebbero essere rubricati i ragazzi o bambini, in genere
appartenenti ad associazioni parrocchiali che vi sarà capitato di vedere (oggigiorno più di rado) ai lati degli altari della reposizione in vesti candide ed atteggiamento di compunta vigilanza? Sono essi bambini-angeli, bambini-guardie o un misto dell’uno e dell’altro, angeli-guardie o genericamente un simbolo di innocenza? E’ plausibile che'' in una figurazione si accorpi anche la scena pasquale degli ‘angeli della Resurrezione; angeli che spesso negli altari repositori si trovano come elementi artistici (scultorei). Nel nucleo figurativo della 'Visitatio sepulchri' l’angelo (o angeli) sono presenza fissa. Essendo angeli ‘indicatori’ dovrebbero, appunto, indicare la 'tomba' vuota del 'non è qui’; in contrasto, perciò, sia con la ‘presenza’ eucaristica, sia con il repositorium - tomba. In ogni caso non indicano il vuoto. Non è peregrino, sostenere che possano essere considerati 'guardie del sepolcro’, data la loro vicinanza all'altare, la postura verso il pubblico, l’atteggiamento di ieratica vigilanza, ma ovviamente considerandoli tali si rientrerebbe parimenti nell'ipotesi sepolcro (non ammissibile).
In alcuni riti del passato si riscontra la presenza simbolica delle 'guardie' sull'altare; ad esempio, al Giovedì Santo al momento dello ‘spogliamento’ dell’altare esisteva in Gallia un rito in cui due diaconi ai lati dell’altare tiravano furiosamente la tovaglia, a ricordare la spartizione tra i soldati della veste di Cristo. Il ruolo dei ragazzi-angeli diventa più giustificato se si ammette una ‘prolessi’ concettuale, ossia riferendosi al Triduo: il richiamo nel Giovedì Santo (dell’eucaristia) del mattino pasquale nell'annuncio ‘angelico’ ; ecco allora che i ragazzi ai lati dei repositori, nel simboleggiare gli angeli dell’annuncio sono un richiamo al significato di ‘salvezza’ dell'eucaristia. Però temiamo per la sopravvivenza di questa bella tradizione, sì vacillante dottrinalmente almeno intesa in riferimento alla figurazione urna-sepolcro, ma che, già abbiamo accennato, potrebbe assumere significati nuovi, come proiezione dal ‘biancore’ dell’eucaristia del Giovedì Santo al ‘biancore’ dell’angelo annunciante la Pasqua : Cristo ‘Non è qui. E’ risorto’. L’ intero Triduo sacro non è proteso a ciò?

Ceglie: Altari Eucaristici ed altre mete del Giovedì Santo


Gli Altari della Reposizione (‘Sepolcri’) a Ceglie venivano tradizionalmente allestiti nelle chiese dove si sarebbero recate in processione le Addolorate del Giovedì Santo quindi: nella Collegiata Santa Maria Assunta, nella chiesa di San Domenico, nella chiesa di San Gioacchino, nella chiesa di Santa Maria degli Angioli (Convento dei Cappuccini) e nella chiesa di San Rocco.

Attualmente la tradizione di preparare gli Altari della Reposizione permane presso le chiese che sono sede parrocchiali perciò: presso la Collegiata (sede della parrocchia Santa Maria Assunta), presso la chiesa di San Rocco, presso la chiesa di San Lorenzo da Brindisi e la parrocchia Maria Immacolata Madre della Divina Provvidenza, che per anni ha avuto sede presso la cappella attigua al complesso dell’Opera Don Guanella, e che negli ultimi anni è momentaneamente ospitata presso la chiesa di San Gioacchino, in attesa imminente della nuova chiesa. Questa situazione di interregno tra l’abbandono della vecchia sede e l’insediamento nella nuova chiesa ha comportato, conseguentemente, la ripresa dell’allestimento in loco del ‘sepolcro’, dove da anni non veniva più fatto, anche se rimaneva la tradizione dell’apertura della chiesa e del pellegrinaggio in essa (si suppone, soprattutto per vedere l’Addolorata). Oltre alle sedi parrocchiali l’Altare della Reposizione viene allestito abitualmente anche nella chiesa di San Paolo della Croce presso il convento dei Padri Passionisti.



Come molte località soprattutto dell’Italia Meridionale, anche a Ceglie la sera del Giovedì Santo si assiste ovviamente al pellegrinaggio ai ‘Sepolcri’, ma per i cegliesi tradizionalmente ciò diviene anche occasione per visitare, oltre agli ‘altari’, almeno altre due mete estranee all'adorazione eucaristica che già anticipano nella suggestione del fedele ciò che avverrà al indomani, il Venerdì Santo.
La prima, sono le Statue dei Misteri, rientrate nel 2016 nella propria sede storica, la chiesa di San Demetrio, e conservate per alcuni decenni all'interno della chiesa di San Domenico, dove era possibile vedere un grande afflusso di gente. I fedeli sfilano pregando davanti alle statue, che saranno portate in processione il Venerdì Santo, omaggiandole anche con gesti di ossequio. In passato addirittura venivano allestiti dei veri e propri altarini. Altra tappa del girovagare è il Calvario ottocentesco, da poco restaurato, ubicato presso la villa comunale intitolata a Papa Giovanni Paolo II. Sulla 'collina' del Calvario, ci si ferma ad osservare con devozione la teca trasparente del Cristo morto e le pitture murali della Passione; è possibile spesso assistere anche al lancio di monetine oltre il cancello davanti alla tomba.
Chiesa di San Demetrio

Le immagini storiche dei 'Sepolcri'

centro documentazione Michele Ciracì
L’Archeoclub ha selezionato nell'occasione della mostra 6 immagini storiche di  'Sepolcri' allestiti in alcune chiese cittadine, conservate presso la fototeca 'Michele Ciracì', che le ha gentilmente messe a disposizione.
Le foto scattate dai fotografi Campanella, tra gli anni ‘10-’40, immortalano gli Altari Eucaristici allestiti nelle chiese di San Domenico, San Gioacchino e Santa Maria degli Angioli (Cappuccini). Dalle foto emerge sicuramente la magnificenza e la spettacolarità scenica degli altari addobbati. Nelle chiese venivano allestiti, infatti, veri e propri apparati scenici, frutto di settimane di pio lavoro ed impegno, con al centro l’ostia o la teca (repositorio) in cui essa veniva riposta; abbondano l’utilizzo di fiori (calle, fresie, ‘sansiferi’, tulipani e fiori comuni) e piante (piante esotiche, palme, felci, yucca; conifere, cipressi, aucarie ed etc.), ricchi tessuti di scena, a cui si aggiungono luminarie artistiche alimentate già elettricamente, corredate dall’utilizzo di numerosi candelabri e candele.
Alle foto storiche dei ‘Sepolcri’ si aggiunge, quella che forse è l’unica fotografia a ritrarre gli interni della chiesa di S. Demetrio, prima del crollo, e un’altra tradizione legata al Giovedì Santo andata persa, a cui accenneremo in seguito.

I Sepolcri della Chiesa di San Gioacchino. Ben tre sono le immagini selezionate, tra le varie conservate, che ritraggono gli altari allestiti nella chiesa di S. Gioacchino in un arco temporale che va dagli anni ‘20 agli anni ‘40 . Gli altari allestiti in questa chiesa erano tra i più scenografici tra quelli preparati a Ceglie. Realizzati per volere dei sacerdoti che, all'epoca, amministravano la chiesa: Don Paolo Lisi, Don Cosimo Mastro e Don Cosimo Spina; essi erano allestiti dall'Associazione Cattolica che aveva sede presso la chiesa.
Il sepolcro degli anni ‘20 è allestito presso l’altare maggiore della chiesa; ricorda dal punto di vista architettonico l’altare barocco del Bernini della Basilica di San Pietro di Roma. Il fondale è a vista,mentre il baldacchino completamente ricoperto di fiori è attorniato da vasi e piante; al di sotto, invece, tra i candelabri su un piedistallo decorato dalla scritta AMOR è alloggiata la tradizionale teca trapezoidale contenente le ostie.
centro documentazione Michele Ciracì

I sepolcri degli anni ‘40: Il primo presenta un imponente struttura che ricorda un tempietto del tipo tabernacolo eucaristico pre-tridentino, sormontato da una croce luminosa, ricoperto da fiori di vari colori artisticamente posizionati. Il fondale è a vista, eccetto nicchia ricoperta.Scarno l’addobbo dell’altare, la cura focalizzata sulla scenografia centrale. Alla base della stessa , ottenuti sempre grazie ai fiori, emergono un calice e un bicchiere,e vi trovano posto candelabri, vasi di piante e fanno la loro comparsa all'interno del ‘tempio’ i drappi e i tessuti di colore bianco che mettono in risalto la teca posta al centro sulla scritta PAX (chiaro richiamo all'anelito di porre fine alla tragica sciagura della seconda guerra mondiale in corso).
Il secondo è sicuramente uno tra i sepolcri più particolari di cui ci resta una memoria fotografica, la struttura principale, anch'essa completamente rivestita da fiori, attorniata dai soliti elementi, è infatti un grande cuore ardente, simbolo del generoso amore di Cristo che si offre come ‘nutrimento’ eucaristico per l’uomo (rimanda alla spiritualità del ‘cuore di Gesù’), sovrastato da una piccola croce.

centro documentazione Michele CiracìI Sepolcri della Chiesa di San Domenico. Le immagini selezionate ritraggono 2 Sepolcri allestiti a cavallo tra gli anni ‘10 e ‘20 del Novecento. L’Altare della Reposizione veniva allestito nella cappella centrale della navata destra, a cura, prima della Confraternita della Purificazione, che operava all'interno della chiesa, e poi, grazie all'impegno di alcune famiglie tra le quali sicuramente quella degli Esposito. L’usanza di allestire il 'Sepolcro' all'interno della chiesa, si è interrotta da alcuni decenni, dopo il crollo della chiesa di S. Demetrio avvenuto nel marzo 1969, e il consequenziale trasferimento all'interno della stessa delle Statue dei Misteri.
Il sepolcro degli anni ‘10 è allestito sia utilizzando fiori, piante e sia un gran numero di candelabri e candelieri che riempiono la cappella a tal punto da celare la parte architettonica della stessa. Al centro spicca il repositorio. Nella lunetta della cappella è collocato un telo bianco con al centro il trigramma PHJ (?). A lato della cappella è posta su un piedistallo la statua dell'Addolorata. Il sepolcro degli anni ‘20 ha un allestimento più complesso rispetto al precedente, infatti oltre all'utilizzo degli addobbi floreali e dei candelabri, posti su più livelli, è presente un grande proscenio, che ricorda la struttura architettonica di un tempio, nel timpano è presente, formato da lampadine, il trigramma JHS. Dietro al proscenio nella cappella riccamente addobbata di fiori trova posto la teca, mentre nella parte antistante sono individuabili: un inginocchiatoio, il pane e delle stoviglie.

centro documentazione Michele CiracìIl Sepolcro dei Cappuccini. Il sepolcro anni ‘30 è allestito sull'altare maggiore della abbattuta chiesa. Forse troppi elementi affastellati senza un’indicazione univoca, però con un esito estetico comunque valido. Sovrastrutture rigide, tendaggi e un’illuminazione artistica ornano l’altare. I candelabri, le piante e i fiori sono posti su più livelli. Al centro, sono visibili più elementi simbolici o liturgici, partendo dal basso troviamo: un ostensorio, una coppa fra due angeli, il tabernacolo a raggiera sovrastato da una croce, infine la sovrastruttura e il cuore sormontato da una croce, realizzato con una luminaria artistica. Nella foto sono visibili i 5 cerchi contenenti lo stemma dell’ordine dei Cappuccini che decoravano l’altare della Chiesa.


Il Calvario della Chiesa di San Demetrio.  La foto degli anni ‘30 ritrae l’abside della Chiesa di San Demetrio in cui per l’occasione del Giovedì Santo era stata allestita una composizione che ricorda il ‘Calvario’, infatti sono visibili tre croci, le due laterali più semplici (quelle dei ladroni color legno) e la  centrale più distinta (quella di Cristo di colore bianco). Le Croci spiccano su un ‘colle’ di candele e cerini che sprigionano un forte bagliore che si propaga nel resto della cappella che è al buio. Nella croce di Cristo al centro degli assi si intravede (nella foto rovinata) quella che potrebbe essere una teca (repositario?). Immediatamente a ridosso del‘calvario’ è collocata la statua dell’Addolorata ad esso rivolta, che probabilmente era lì solitamente per completare la scenografia.
centro documentazione Michele Ciracì

martedì 29 agosto 2017




2° ARCHEOTREKKING AL TRAMONTO
TRA NATURA E STORIA SUL CANALE DELL'ACQUEDOTTO
GIOVEDI' 31 AGOSTO 2017 ORE 17:00

L’archeotrekking è una nuova proposta di turismo lento consistente in percorsi a piedi che toccano i principali luoghi di interesse del territorio.
Attraverso una sana passeggiata si ha la possibilità di vivere un momento di crescita sia culturale che esperienziale.
Il trekking è praticabile da tutti senza necessità di particolari equipaggiamenti. Con un abbigliamento confortevole e un paio di scarpe comode può parteciparvi chiunque, anche i meno allenati.
Un appuntamento imperdibile per tonificare il fisico e la mente vivendo un’esperienza unica immersi tra natura e storia.

Programma:
Ore 17:00 raduno presso il MAAC (museo archeologi...co e di arte contemporanea) in via E. De Nicola e partenza in auto per la Pineta Ulmo da dove avrà inizio l'Archeotrekking. I soci Archeoclub metteranno a disposizione posti in auto per chi non potrà avvalersi di un proprio mezzo.
Durante il percorso sono previste brevi soste con approfondimenti sulle caratterisitche delle principali piante in compagnia del dott. agronomo Felice Suma e attività di stretching a cura del Team Leo.

Lunghezza percorso: 6 km (andata e ritorno)
Durata: 2 ore circa

A tutti i partecipanti verrà offerta frutta e acqua.

È gradita la prenotazione.

Per info e prenotazioni
Archeclub d’Italia - sede di Ceglie Messapica tel. 3385968209-3392028504
cegliemessapica@archeoclubitalia.org

martedì 18 aprile 2017

Le processioni dell'Addolorata nella tradizione del Giovedì Santo cegliese


Le processioni dell'Addolorata nella tradizione del Giovedì Santo cegliese


di Francesco Moro, Oronzo Suma e Giuseppe Lodedo

I riti del Giovedì Santo costituiscono una delle nostre più importanti tradizioni religiose, cancellate dallo scorrere del tempo, ma presenti nella memoria delle persone anziane e nella documentazione storica, musicale e fotografica. Come segni tangibili di tali riti , tra l’altro, restano 5 delle 6 statue raffiguranti la Madonna Addolorata, portate un tempo in processione tra il Giovedì e il Venerdì Santo, una delle "unicità" dei riti della Settimana Santa della città di Ceglie Messapica rispetto ai comuni vicini e altre località del Sud Italia.
I riti del Giovedì Santo erano sicuramente l'elemento caratterizzante della Settimana Santa Cegliese; infatti, per le vie della città tra le ore 10:00 del Giovedì e l'alba del Venerdì Santo sfilavano ben sei cortei sacri.
La peculiarità della tradizione cegliese è da individuarsi proprio nel numero delle processioni dedicate all'Addolorata, come detto 6, e alla loro durata temporale di quasi 24 ore, alle quali l'intera popolazione partecipava con grande devozione. Tutte le statue erano adornate con preziosi oggetti donati dai fedeli come ex voto.    
La devozione del popolo cegliese nei confronti della Madonna Addolorata è ancora oggi testimoniata dalla presenza in alcune case cegliesi di campane di vetro, contenenti questo simulacro. Nelle case di alcuni notabili era possibile vedere statue, raffiguranti la Madonna Addolorata ad  altezza naturale.

Il culto della Madonna Addolorata è stato sempre accompagnato dalla presenza della musica, che era parte integrante delle processioni.
L’anima popolare e religiosa di questi riti è stato il maestro cegliese Vincenzo Chirico che ha composto delle straordinarie marce e gli inni dedicate alla Madre di Gesù, tra le quali ancora oggi sono ricordate e cantate "Stava Maria nel pianto" e "Stava Maria dolente".
Le processioni si muovevano in un ordine scandito temporalmente e lungo itinerari stabiliti che portavano le statue dell'Addolorata, partendo dalla Chiesa dove ognuna era custodita, a visitare i vari "Sepolcri" (Altari della Reposizione), allestiti nelle Chiese cittadine; processioni che simboleggiavano la ricerca spasmodica del Figlio da parte della Madre addolorata.
I riti si aprivano dopo la celebrazione della Messa in Coena Domini (lavanda dei piedi) con la processione dell'Addolorata della Chiesa dei Padri Cappuccini dedicata a “Santa Maria degli Angioli”, presente nel Convento dei Cappuccini, che muoveva i propri passi alle ore 10:00 del Giovedì Santo.

Seguivano:

      ore 14:00 la processione dell'Addolorata della Chiesa di San Rocco;

      ore 16:00 la processione dell'Addolorata della Chiesa di San Domenico;

      ore 19:00 la processione dell'Addolorata della Chiesa Madre (Collegiata Santa Maria Assunta);

      ore 22:00 la processione della Desolata della Chiesa di San Gioacchino;

      all'alba del Venerdì Santo la processione dell'Addolorata di San Demetrio.

Anni '40 - Processione dell'Addolorata dei Cappuccini mentre lascia il convento
(fototeca "Michele Ciracì")

I simulacri erano portati a spalla da membri delle confraternite o da persone incaricate dalle famiglie più in vista della città, accompagnati dal clero, dalla Confraternita della Morte sotto il titolo “dell’Immacolata”, che aveva la sua cappella nella Chiesa di San Demetrio e da quella della “Purificazione”, della Chiesa di San Domenico, da bambine e bambini, dalle autorità e dalla folla dei fedeli. I componenti dei cortei, tranne i fedeli, visitavano di volta in volta i “Sepolcri” allestiti in Chiesa Matrice, Cappuccini, San Demetrio, San Domenico, San Gioacchino e San Rocco.
Le processioni, come detto, si muovevano su percorsi prestabiliti a circuito: ad esempio, la processione dell'Addolorata della Chiesa di San Rocco una volta lasciata la propria chiesa percorreva Corso Verdi, Via IV Monte, Via XX Settembre e raggiungeva l'abbattuto Convento dei Cappuccini dove avveniva la visita al primo “sepolcro”.
Seguiva poi la visita alla Chiesa di San Gioacchino e quindi, passando per via Dante Alighieri arrivava alla Piazza Plebiscito e proseguiva nella visita delle Chiese di San Domenico, Chiesa Madre e San Demetrio. La processione, infine, rientrava nella Chiesa di San Rocco attraversando Corso Garibaldi.
Le altre statue delle Addolorate, ognuna partendo dalla propria chiesa, percorrevano un itinerario più o meno simile sullo stesso circuito dei “Sepolcri”.
Una parte importante dei riti della Settimana Santa cegliese era riservata alla realizzazione di tali, appunto, “Sepolcri”, addobbati in modo straordinariamente sfarzoso grazie al contributo delle famiglie cegliesi, che dedicavano all'allestimento tempo e impegno nelle settimane precedenti la Settimana Santa; quaranta giorni prima con la posa in alcuni vasi di alcuni cereali, per confezionare “U granə də Cristə”.
Gli Altari della Reposizione erano arredati da tendaggi e da imponenti, artistici ed effimeri baldacchini stracolmi di fiori che profumavano particolarmente l'ambiente, a cui si aggiungevano i vasi contenenti germogli di grano.

Tornando a parlare delle 6 processioni, è da segnalare la particolarità della processione della Desolata di San Gioacchino, che si svolgeva alle ore 22:00 del Giovedì Santo: la processione era aperta alla partecipazione dei soli uomini e pertanto era detta localmente “d'a Madonn' dj lj Maschjlj”.
La straordinaria ed unica tradizione dei Riti del Giovedì Santo cegliese venne cancellata sul finire degli anni Cinquanta (1957-1958), nel disinteresse dell'intera comunità cegliese.
Le gerarchie della Chiesa decisero di "razionalizzare" alcune manifestazioni o riti frutto della Pietà Popolare; per i nostri riti c’era anche l'impossibilità di ottemperare a tutte le processioni nella sola serata-notte del Giovedì.
Infatti, col decreto "Maxima redemptionis nostrae mysteria" del 1955 ad opera Pio XII (Papa Pacelli) vennero modificati gli orari liturgici, confacendosi maggiormente alla temporalità evangelica della Passione e Morte di Gesù Cristo. In particolare, per quanto riguarda il Giovedì Santo la messa in Coena Domini alla quale seguivano le processioni venne spostata al tardo pomeriggio, impedendo difatti l'inizio mattutino dei riti. Dopo due anni di sperimentazione la riforma divenne obbligatoria nel 1957.

Cosi facendo la Chiesa, a posteriori, sembra aver visto giusto eliminando gli elementi di ridondanza  di alcuni di questi riti.
Alla perdita di questa antica consuetudine dei riti del Giovedì Santo, si aggiunge l’amarezza comunitaria per lo smarrimento di una delle più belle statue, quella dell’Addolorata dei Cappuccini di cui rimane qualche sbiadita immagine. La perdita della statua è sicuramente legata con lo scempio compiuto negli anni ’60 a seguito del colpevole abbattimento del Convento e della Chiesa dei Padri Cappuccini. Da più di quarant’anni alcuni volenterosi concittadini cercano la statua invano. Chissà dove giace?!
Oggigiorno resta, però, con poco seguito, la Processione dell'Addolorata del Venerdì di Passione, la settimana antecedente alla Domenica delle Palme; probabilmente dovrebbe trattarsi di una Desolata, la cui memoria liturgica fa da preludio agli avvenimenti della Settimana Santa. Vista l'intensità e la genuinità del sentimento religioso dimostrato nei riti del Giovedì Santo, e specialmente nelle processioni delle sei Addolorate, non si riesce a capire perché tale fervore religioso, pur cambiando logicamente i tempi non si è poi riversato in una maggiore partecipazione alla sobria e solenne Processione dei “Misteri” del Venerdì Santo. Per questo evento al culmine della Settimana Santa, non organizzato o guidato da confraternite (oggi assenti nel territorio) si riscontra, purtroppo, come già accennato una partecipazione della popolazione molto inferiore in confronto a quella dei tempi passati.

Le Statue dell'Addolorata

 

Sull'epoca di realizzazione delle 6 statue dell'Addolorata, non si hanno dati certi. Per manifattura e caratteristiche la loro realizzazione può essere collocata tra la fine del XVIII secolo e la prima metà del XIX secolo.
Le statue sono dei manichini vestiti, leggeri e maneggevoli, destinati ad uso processionale. Il volto, le mani e i piedi scolpiti in legno, quasi tutti di manifattura napoletana, sono dipinti ed hanno un aspetto quasi porcellanato, caratteristica molto evidente nella Desolata di San Gioacchino. I volti della statue sono  inclinati o girati, presentano un incarnato d’un pallido rosa-carne a sottolineare l’ansia per la ricerca e il dolore per la fine presagita del Figlio. In tutte le statue lo sguardo è rivolto verso il cielo (caratteristica comune a quasi tutte le statue dell’Addolorata), gli sono occhi di pasta vitrea e nella piccola bocca si intravedono i denti.  Nessuna delle Addolorate cegliesi è provvista di aureola, né presentano corone in testa.

Statua dell'Addolorata della Chiesa Matrice Santa Maria Assunta
Il simulacro dell’Addolorata della Chiesa Matrice quando viene portato in processione durante il Venerdì di Passione (venerdì nella settimana antecedente alla Domenica delle Palme), indossa l'abito processionale  di seta con ricami in oro, mentre durante l'anno indossa un semplice vestito nero con un cuore e uno spadino d'argento (della profezia di Simeone) sul corpetto.
Sull'abito processionale di seta, di antica manifattura, con ricami in oro in stile baroccheggiante, è ricamato anche il nome della famiglia committente, “Argentiero” e l’anno di realizzazione 1867. L'abito appare in ogni sua parte ricco di decorazioni floreali, ripresi anche sulla bordura del manto ricamate in filigrana d'oro 990 (è un oro fino) e bisso.
L’uso di ammantare le statue con abiti di seta o di altre stoffe, come la “lamiglia”, e il “taffettà” è stato sempre molto diffuso a Ceglie dove erano presenti delle straordinarie ricamatrici.
Il manto della statua è ricoperto da un velo quasi trasparente di colore nero. Oltre alle decorazioni floreali sull'abito, nella parte bassa anteriore è ricamata una coppa, sormontata ramoscelli e da due uccelli che, forse simboleggiano le anime salvate dal Sacrificio di Gesù Cristo.
Le mani sono giunte e trattengono un fazzoletto ricamato. Il corpetto è arricchito da una grande rosa affiancata da più foglie, esso è trafitto a sinistra da uno spadino d'argento arricchito da gemme. Il colletto, di colore nero, è merlato.
Il volto in legno della statua è inclinato a sinistra, ha un colorito pallido rosa-carne.
Il viso scarno, lo sguardo intenso sono incorniciati dalla classica pettinatura a chignon, anche questa realizzata in legno.
Statua dell'Addolorata di San Demetrio
Il simulacro dell’Addolorata della Chiesa di San Demetrio, cappella dov’erano e sono conservati nuovamente “I Misteri”, è quello utilizzato per la Processione del Venerdì Santo. L'abito è ricoperto di decorazioni floreali arricchito da qualche gemma. Il manto nero, ricamato, è ricco di stelle a sei punte. Le mani sono giunte e trattengono un fazzoletto fittamente ricamato. Al centro del corpetto spicca un cuore sporgente in tessuto ricamato d'oro, trafitto da destra a sinistra da uno spadino d'argento. Tale cuore è impreziosito da 3 gemme di colore verde, bianco e rosso ed è ornato da motivi floreali. Il colletto è bianco. Il volto è leggermente inclinato a destra e da sotto al velo spuntano lunghi capelli (dipinti in legno) che arrivano sul corpetto.


Anni '50 - Processione dell'Addolorata di San Demetrio in via Roma
(fototeca "Michele Ciracì")
Statua dell'Addolorata di San Domenico
La statua dell’Addolorata di San Domenico è conservata nell'omonima chiesa all'interno di un armadio; non è chiaro se l'abito che indossa sia quello di parata o meno. L'abito appare quasi del tutto nero; sono presenti solamente una merlatura del velo dorata e qualche stella sul velo. Le mani sono giunte e trattengono un fazzoletto ricamato in cui spicca la "M" di Mater. Al centro del corpetto spicca un grande cuore d'argento con una “M” in rilevo d'oro. Il cuore centrale coronato, a sua volta, è ornato da una merlatura di argento pure cuoriforme, a cui si aggiungono una fiamma e un putto. Probabilmente aveva anche uno spadino. Il colletto, a gorgiera, è bianco. Il volto è inclinato a destra.
Statua della Desolata di San Gioacchino
Il simulacro della Desolata di San Gioacchino presenta un vestito completamente nero come il velo. Unico elemento decorativo sono le merlature, nere per il velo e bianche per maniche e colletto. Le braccia, viste alcune foto storiche, probabilmente sono snodabili. Le mani sono disgiunte; la destra si trova più in basso, mentre la sinistra trattiene un fazzoletto ricamato con motivi floreali e geometrici in cui è presente la scritta “MATER DOLOROSA”.
Sul corpetto è presente un cuore d'argento trafitto da uno spadino inclinato da destra a sinistra. Sul cuore è presente una “M” in rilievo d'argento. Il volto non è inclinato, ma girato verso sinistra. Nelle parti dipinte della statua, tra cui il volto, è particolarmente evidente l'effetto porcellanato.
Una curiosità: la disgiunzione delle mani della Desolata è connessa al movimento concitato della Madre in cerca del Figlio, e perciò volendo l’artista rappresentarne il movimento, essa non può avere corpo e mani statici. Nella nicchia dove è conservata la statua c’è anche  una croce, ad indicare pure la scena dello “stabat mater” dolorosa sotto la croce, come ad esempio, nella Processione della Desolata di Andria.
Statua dell'Addolorata di San Rocco
La statua dell’Addolorata di San Rocco presenta un vestito  ricoperto di motivi floreali, arricchito da qualche gemma. Tali motivi floreali sono ripresi nella bordura del velo.
Le mani sono disgiunte come nella Desolata di San Gioacchino. Nella mano destra tiene un fazzoletto anch’esso ricamato. La mano sinistra copre parte del corpetto ed è avvolta da una collanina con pendente, forse un ex voto.
Nello stesso corpetto è presente una ricca decorazione floreale, venendo trafitto a sinistra da uno spadino d'argento. Manca il cuore che, forse, doveva trovarsi quasi a cospetto della mano. Il volto è inclinato a destra.
Anni '50 - Processione dell'Addolarata di San Rocco in corso Verdi
(fototeca "Michele Ciracì")
Statua dell'Addolorata dei Cappuccini
Il simulacro dell’Addolorata della Chiesa di Santa Maria degli Angioli, come già detto, è andato smarrito dopo l'abbattimento del Convento dei Cappuccini, dov'era conservato. La descrizione della statua è possibile grazie alle foto che la immortalavano mentre era portata in processione. Il vestito, molto ricamato, fu un dono delle classi meno abbienti della popolazione cegliese.
L'abito fu realizzato con una stoffa di seta di colore nero sulla quale era stato applicato un ricamo dorato che si può far risalire tra la fine del XVIII, e gli inizi del secolo XIX. Il ricamo era caratterizzato da un motivo decorativo a rete dal quale partivano ampie e morbide volute geometriche a cui si aggiungonevano dei fiori, che coprivano tutta la parte anteriore della gonna, la parte anteriore del corpetto e il bordo delle maniche. Il velo, orlato d'oro, presentava alcune stelle a 6 punte. La mani, giunte, trattenevano un fazzoletto ricamato ed agghindato da alcune gemme. Appena al di sopra delle mani era collocato un cuore d'argento arricchito da gemme, trafitto a sinistra da uno spadino. Il colletto era merlato, di colore bianco. Il volto era leggermente inclinato a destra. Nella speranza di poterla presto riammirare, viene presentato il restauro a colori di una vecchia foto che la ritrae in processione.
Anni '40 - Processione dell'Addolorata dei Cappuccini in via Umberto I
(fototeca "Michele Ciracì")
Restauro a colori di Francesco Moro

 Addolorata della chiesa S. Maria degli Angioli (Cappuccini)
(fototeca "Michele Ciracì" - restauro a colori di Francesco Moro)
Addolorata della chiesa di San Rocco
(foto Francesco Moro)
Addolorata della chiesa di San Domenico
(foto Francesco Moro)

Addolorata della Collegiata Santissima Maria Assunta
(foto Francesco Moro)
 Addolorata della chiesa di San Demetrio
(foto Francesco Moro)



Addolorata della chiesa di San Gioacchino
(foto Francesco Moro)

giovedì 13 aprile 2017